Messaggio di Mons. Mauro Maria Morfino

vescovo di Alghero-Bosa

Per la quaresima-Pasqua 2016

 

«Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio» (2Cor 1,3-4).  Amati e ri-chi-amati per la compassione vuol significare, ancora una volta, la gioiosa consapevolezza che la nostra Chiesa e ognuno di noi porta in cuore: l’essere stati fatti oggetto di un amore viscerale, unico e personale del Padre, nel Figlio Gesù per la forza dello Spirito. In un continuum che non viene e non può venire meno per la fedeltà assoluta di Dio; in un continuum che ci reinveste e reimmerge nell’Amore stesso senza sosta; in un continuum di Amore che ri-appella, chiamandoci a ulteriore responsabilità personale e comunitaria. Perché in noi e tra noi e attraverso noi la compassione diventi carne e sangue, volto e mano, cuore e testa, stile e orizzonte, clima e metodo. Chi ci incontra per le strade del tempo possa esclamare: «Se questo o questa è così compassionevole, come sarà Dio?». Ho davanti agli occhi il motto e il logo di questo Anno giubilare della misericordia. Coniugati insieme sono di una rara eloquenza. Luca è l’evangelista indicato dalla tradizione come «scriba mansuetudinis Christi», colui che riesce a far cantare nelle sue pagine, con un tratto che lo rende unico, la misericordia compassionevole del Padre resa umana nel Figlio Gesù. In verità, il motto scelto per questo tempo santo, «Misericordiosi come il Padre» (Lc 6,36), dice tutta intera la verità del Figlio amato, la verità della Chiesa e la verità di ogni discepola e discepolo di Gesù. Il Padre, di sé, tutto ha detto e tutto ha dato nella mansuetudo Filii. La vita di ogni comunità cristiana e i passi di ogni servitore del Vangelo trovano il proprio inizio, il proprio ritmo, la propria misura, la propria identità, il proprio fine solo stando dentro gli anfratti più o meno luminosi della storia, sicut Pater, «misericordiosi come il Padre». Il «come», appunto è tutto disvelato, dato e detto in Gesù di Nazaret, Parola vera, Pane spezzato, sangue versato, corpo offerto. Lui è il Regno. Lui è l’eterna Compassione del Padre, lui sua gloria e nostra salvezza. In lui apprendiamo il sine modo, la «smodatezza» della gratuità dell’amore. Il logo, concentrato di verità rivelata e di audacia artistica, uscito dal cuore e dalla mano del padre Marko I. Rupnik, racconta, con l’ineffabilità delle forme e dei colori, dell’infaticabile disponibilità del Figlio amato di farsi carico di ogni paura, spavento, confusione, disorientamento, sconvolgimento, turbamento e smarrimento umano.  Dalla spiegazione ufficiale del logo veniamo molto illuminati: «Il disegno è realizzato in modo tale da far emergere che il buon Pastore tocca in profondità la carne dell’uomo, e lo fa con amore tale da cambiargli la vita. Un particolare, inoltre, non può sfuggire: il buon Pastore con estrema misericordia carica su di sé l’umanità, ma i suoi occhi si confondono con quelli dell’uomo. Cristo vede con l’occhio di Adamo e questi con l’occhio di Cristo. Ogni uomo scopre così in Cristo, nuovo Adamo, la propria umanità e il futuro che lo attende, contemplando nel suo sguardo l’amore del Padre. La scena si colloca all’interno della mandorla, anch’essa figura cara all’iconografia antica e medioevale che richiama la compresenza delle due nature, divina e umana, in Cristo. I tre ovali concentrici, di colore progressivamente più chiaro verso l’esterno, suggeriscono il movimento di Cristo che porta l’uomo fuori dalla notte del peccato e della morte. D’altra parte, la profondità del colore più scuro suggerisce anche l’imperscrutabilità dell’amore del Padre che tutto perdona». Contemplare questa felicissima intuizione teologica, spirituale e artistica diventa eco di frammenti incandescenti di quella buona Notizia che riscalda e infiamma il cuore e la vita della Chiesa e dei credenti in Cristo, rendendoli, a propria volta, parabola vivente, pagina santa, immagine della compassione di Gesù.  Da alcuni di questi frammenti luminosi, vero viatico nel cammino della nostra Chiesa di Alghero-Bosa, ci lasciamo ancora illuminare, riscaldare, convertire e confortare in questo nostro ormai consueto «convenire» intorno alla Parola in questo tempo santo. L’impegno quaresimale sta giungendo al suo acme fino a essere inondato dalla luce vivissima e risanatrice della santa Pasqua di risurrezione. L’ascolto della Parola, la preghiera, il digiuno ci hanno istruito e temprato per dar volto alla carità, a concretizzare la Parola nella vita, rilanciando la fraternità anche attraverso il Fondo episcopale di solidarietà che celebriamo, quest’anno, il 13 marzo, quinta domenica di Quaresima. Credo fermamente che è lo Spirito del Risorto a sospingerci verso questo momento necessario, desiderato, atteso e corale di compassione fattiva. È solo un cuore buono, largo, convertito al Signore che ci fa riconoscere i doni di cui lui ci ha colmati e che solo la compassione fa fruttificare. Ognuno di noi ha ricevuto doni e mezzi dal Provvidente. Ognuno di noi, con la fatica del proprio lavoro tiene tra le mani qualcosa di cui gioire, qualche frutto onestamente guadagnato di cui andar fiero. Ma è una gioia che si moltiplica solo condividendo. È il condividere da fratelli con coloro che, in questo momento di grande difficoltà, patiscono ristrettezze e vivono nella precarietà, che fa nascere un mondo nuovo! Sì: «Siate larghi anche in quest’opera generosa!» perché «qui non si tratta infatti di mettere in ristrettezza voi per sollevare gli altri, ma di fare uguaglianza» (cf. 2Cor 8,7.13).

Convertirsi credendo all’Amore

 Molte volte compiamo un passo davvero falso nella sequela del Signore: pensiamo di poter convertire i nostri stili di vita senza credere alla bella Notizia che è Gesù, lui volto dell’Amore incondizionato, indefettibile e gratuito del Padre. Ma senza l’accoglienza del suo annuncio dirompente non può cambiare granché nel cuore umano. Senza sentirsi completamente avvolti da un amore pre-veniente, privo di calcolo e smodato, non riusciamo a fare alcun passo, non usciamo da noi stessi e non spendiamo nulla o quasi di noi per altri. La prima chiamata dei discepoli che troviamo nel Vangelo di Marco 1,14-20 diventa illuminante circa questa pre-venienza inattesa e sconvolgente dell’Amore del Padre in Gesù di Nazaret. Ogni chiamata, in fondo, è un inevitabile uscire da sé, è fare esperienza di chi convoca. L’evangelista ci aiuta a comprendere il motivo per cui Gesù incontra e chiama quegli operai del pesce trovati lì sulla riva del lago, perché andassero «dietro a lui»: «Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il Vangelo di Dio (euanghelion) e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”. Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: “Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini”. E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui». I Dodici incontrano Gesù: non lo hanno deciso loro questo incontro. Avviene, accade. Gesù, che cammina per le strade della ferialità e li raggiunge nel luogo dove scorre la vita, non propone loro cose da fare, progetti da realizzare, programmi da mettere in atto. Il motivo del suo rivolgersi a questa cooperativa di pescatori intenti al loro lavoro è solo uno: far udire con la sua voce ai loro orecchi quella Notizia bella, sorprendente, inaudita, inimmaginabile che Gesù stesso è e ha proprio per loro: «Convertitevi credendo! ». Cioè: fidatevi di me, datemi credito! Gesù, irruzione del regno di Dio nella loro vita, non sarà distruttivo nonostante i tristi presagi. Sarà invece salvifico. Anche quando fuga, tradimento e morte sembreranno avere l’ultima parola. Difficile non notare che Gesù chiama i suoi quando tutto inviterebbe a star cauti, a non esporsi, a non attrarre l’attenzione: Gesù inizia a proclamare l’euanghelion nel momento stesso in cui Giovanni viene arrestato. Gesù non ha nulla di più necessario e urgente che proclamare questa buona Notizia, e lo fa anche se pagherà questo annuncio a caro prezzo. Posto all’inizio del ministero, l’annuncio della cattura di Giovanni suona come una triste predizione, ma tuttavia Gesù non desiste dalla sua missione di proclamare la buona Notizia. Per questo è stato mandato dal Padre. L’irrompere di Dio nella storia dell’uomo rimane sempre una buona Notizia, nonostante lo scandalo del possibile rifiuto. È l’indispensabile buona Notizia per chiunque la voglia accogliere.  Ecco perché la Chiesa, la nostra Chiesa di Alghero-Bosa, continua ad ascoltare e a proclamare questo Vangelo santo e bello: anche quando le condizioni immediate e circostanti – ecclesiali, sociali, relazionali, comunitarie – potrebbero spingerla a non farlo perché imprudente, inopportuno, inutile, infecondo, rischioso. Ma la bellezza, la necessità, l’urgenza che il regno di Dio abiti l’umano è improrogabile.

 «Convertirsi» è una parola che ritorna costantemente nella vita cristiana e in modo particolare in questo tempo di Quaresima. Una parola entrata nel vocabolario giornaliero in tutti gli ambiti del- la vita, declinata nei contesti più diversi. Certo, una parola vera ma anche una parola usata, abusata e fraintesa. Troppo spesso, anche tra noi, equivocata. Un primo fraintendimento di essa, capace di pregiudicare l’intero cammino quaresimale – ma molto più tristemente l’intera vita cristiana – è che la conversione riguarda altri: i «cattivi», i «laici», i «borghesi», gli «atei», i «non-praticanti» e tutti gli anti (anticristiani, anticattolici, anticlericali, anticonservatori, antimodernisti, antirivoluzionari…) ma non me, non noi: cattolici, apostolici, romani, restauratori e frequentatori di chiese e molti, quasi in pianta stabile, «tra il vestibolo e l’altare». Un secondo fraintendimento, ancora più dannoso alla vita cristiana, è identificare la conversione come stato regressivo, come sinonimo di rinuncia, di sforzo, e quindi di tristezza quando, invece, non c’è nulla di più progressivo, gioioso e liberante che entrare nella conversione. Nel cuore, nella testa e soprattutto nella vita di coloro che ascoltavano Gesù, sentir parlare di shuv – «ritornare, invertire la rotta, convertirsi, tornare sui propri passi» – e teshuvah – «ritorno, inversione di rotta, conversione, ritorno sui propri passi» – significava decidersi di fare un’inversione di marcia, un’«inversione a U». L’atto di chi, a un certo punto della propria vita, si accorge di aver deragliato e di correre fuori strada. Decide di fermarsi, di rientrare nell’Alleanza, d’impegnarsi nell’osservanza della Legge. È certo che tale significato dato alla conversione, decidendo di cambiare costumi e riformare la propria vita, ha un grande valore morale. Ma sulle labbra di Gesù di Nazaret questo significato cambia. E non di poco. Noi confessiamo e crediamo che la parola di Gesù è vera: «Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo» (Mt 11,27).  Se Gesù è l’unico conoscitore del Padre, è dalle sue labbra e dai suoi stili di vita che dobbiamo imparare cosa significa convertirsi. Non è tanto «tornare indietro», quanto piuttosto fare un balzo in avanti, entrare nel Regno, abitare nella salvezza, afferrarla, possederla senza più timore di perderla perché il Padre, visitandoci in Gesù, gratuitamente, incondizionatamente, sine modo e per libera e sovrana iniziativa, ci fa «figli nel Figlio».Possiamo proprio dire che, in Gesù, conversione e salvezza si scambiano il posto! Prima la salvezza irrompe come offerta generosa, gratuita, senza ragione, esagerata, eccessiva, sproporzionata da parte di Dio, strappando alla conversione, in questa «danza», il diritto del primo passo. La conversione c’è, ci sarà, non potrà non esserci, ma come risposta alla prevenienza della sproporzionata e traboccante Misericordia. Proprio in questo consiste il lieto annuncio, il carattere gioioso della conversione evangelica.  «Convertitevi e credete» non significa dunque due cose diverse e successive, ma la stessa azione fondamentale: «Convertitevi: cioè credete!». Sì: «Convertitevi credendo!». La fede è la porta di entrata nel Regno. Se Gesù ci avesse detto: la porta è l’osservanza esatta di tutti i comandamenti, la porta è l’innocenza, la porta è la purezza, la porta è la pazienza, la porta è far bene i riti… avremmo potuto rispondere: «Signore è tutto bellissimo e vero ma io non ci riesco, non ne sono capace. Mi spiace… bello e impossibile!». Ma Gesù, come porta di entrata nel Regno, ci indica la fede, il dargli credito, il fidarsi di lui. È per questo che in tanti «si scandalizzavano di lui» (Mc 6,3). È anche per questo che scribi, farisei, sadducei, dottori della Legge, erodiani e tanti pii, se la prenderanno così tanto con il Nazareno da decidere di prendere le distanze da lui o di farlo tacere. Per sempre.

Lo scandalo del perdono immeritato

 È scandaloso questo Gesù, che racconta con la vita e la parola che il Padre non aspetta che il peccatore faccia il primo passo, che cambi vita, che produca opere buone, quasi che la salvezza sia la ricompensa dovuta, da Dio, ai propri sforzi. È scandaloso e sorprendente questo Gesù, che si fa prossimo ai peccatori senza esigere da loro, previamente, un qualche pentimento.  È scandaloso il perdono immeritato che Gesù offre a chi è ingabbiato nel peccato senza neppure sottometterlo a un rito penitenziale come tutti gli inviati di Dio, come lo stesso Giovanni Battista. Che ne resta tramortito: «Giovanni […] mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”» (Mt 11,3). Il Battezzatore si aspettava – come tanti, come tutti – un Messia castigamatti che, finalmente, punisse i cattivi e premiasse i buoni. Resta stordito, perplesso nel vedere che questo Gesù usa

misericordia con tutti. No, non c’è da aspettare un Messia diverso da Gesù. È la nostra attesa a dover diventare diversa: «Gesù rispose loro: “Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!”» (Mt 11,4).  È davvero scandaloso questo Gesù che si offre a tutti – soprattutto agli sfregiati dalla vita e dal prossimo – come Amico, come segno che Dio li accoglie tra le sue braccia prima ancora che tornino all’osservanza della Legge e pongano gesti conformi all’Alleanza. È scandaloso Gesù che si dona loro come comunione con il Padre, come accesso immediato a lui, accogliendoli così come sono, peccatori: «In verità ti dico: oggi sarai con me in paradiso!» (Lc 23,43).  È il suo perdono senza riserve, assoluto, totale che sconcerta le persone che si sentono moralmente giuste e legalmente corrette. Non comprendono il suo modo di vedere e di parlare di Dio e dell’umano. La tradizione evangelica ha conservato una parola rovente rivolta da Gesù a coloro che presumevano di sé scandalizzandosi di lui: «In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio» (Mt 21,31). Certo è che pubblicani e prostitute, poveri e impuri di ogni specie, peccatori e malandrini di ogni rango lo comprendevano, e per loro la Notizia che quel giovane Uomo dal profumo divino annunciava, era davvero una lietissima novità.  È scandaloso questo Gesù che guarisce e riconsegna alla vita, sovvertendo schemi intangibili di giustizia retributiva e distributiva: non definisce la trasgressione, non aspetta cenni di rinsavimento, non condiziona il suo amore. Lui, il regno di Dio che viene e che preme, conosce e segue, appunto, le strade del Regno «perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie» (Is 55,8). Gesù offre quella sovrabbondanza di perdono, quella sproporzione di cura, quell’eccesso di misericordia che consente a Dio di camminare per le vie dell’umano e a questi di rannicchiarsi, amorevolmente accolto, tra le sue braccia.  È scandaloso questo Gesù che pone tutti e ciascuno, giusti e ingiusti, di fronte all’abisso insondabile del perdono di Dio. Il Figlio, unico a conoscere il compassionevole Padre, offre a tutti accoglienza: «Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò Chiesa in Italia

preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via» (Gv 14,24). Chi rimarrà fuori della porta? Solo coloro che, scandalizzati, rifiutano misericordia.  Antecedente a ogni ritorno, antecedente a ogni segno di ravvedimento, antecedente a ogni sforzo c’è perciò l’iniziativa di Dio, c’è la grazia, c’è l’eccedenza dell’amore. Ogni dovere da compiersi non può che avere alla sua radice un dono ricevuto. Allora, se primeggia la grazia, il dovere e la legge si possono realmente prendere sul serio.  Davanti a questo Gesù, colui che si stupisce per l’amore ricevuto senza riserve, esulta in Dio e lo loda. Colui che si scandalizza, da arrabbiato, lo taccia di ingiustizia.  «Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto […] io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi» (Mt 20,13.14-16).  C’è gente che mormora scandalizzata. Non si lamenta per la paga, che in fondo era quella concordata, ma è stizzita perché altri, che hanno faticato molto meno, ricevono dal padrone quanto loro. Fuori di metafora: Gesù scandalizza chi è tronfio della propria superiorità morale, spirituale, devozionale e giudica come un affronto agli «evidenti» principi della giustizia, la sollecitudine ingiusta usata da Gesù verso i peccatori che essi cordialmente disprezzano. Il peccatore deve essere rigettato da Dio e dai buoni! Dunque «tu sei invidioso perché io sono buono?». Il nodo dello scandalo è qui: Gesù indica presente nella storia un Dio che offre gratuitamente sé stesso e il suo amore a chi proprio non può meritarlo. Per gli scandalizzati è questa eccedenza d’amore che è sbagliata e ingiusta. E quindi è un Dio sbagliato e ingiusto. No, non può essere Dio! Da sempre si sapeva che Dio sta dalla parte dei buoni. Cosa dunque va raccontando questo Nazareno di un Dio che «fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45), che si definisce «medico per i malati, non per i sani […] venuto non a chiamare i giusti ma i peccatori» (cf. Mt 9,12-13) e per il quale «c’è più gioia in cielo per un peccatore convertito che per novantanove giusti» (cf. Lc 15,7)? E quelle sue frequentazioni strane? Una Samaritana con collezione variegata di mariti, quella Maddalena infestata da demoni, quei sanguisuga di Matteo e Zaccheo. Difficile non scandalizzarsi. Eppure «Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1Tim 2,4).  Dunque «tu sei invidioso perché io sono buono?». Il fertilizzante segreto (ma quanto prolifico!) dell’invidia del giusto, è la sua pretesa: la dovuta ricompensa alle proprie opere buone. Ma la salvezza resta puro dono, per tutti, sempre. Gesù, volto del Padre, è tutto e solo pervaso dalla gratuità dell’eccedenza dell’amore. La grazia di Dio non ha bisogno delle nostre opere; ha bisogno del nostro af-fidarci a lui, del nostro abban-donarci al suo amore:  «Ora invece, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla Legge e dai Profeti: giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. È lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue, a manifestazione della sua giustizia per la remissione dei peccati passati mediante la clemenza di Dio, al fine di manifestare la sua giustizia nel tempo presente, così da risultare lui giusto e rendere giusto colui che si basa sulla fede in Gesù. Dove dunque sta il vanto? È stato escluso! Da quale legge? Da quella delle opere? No, ma dalla legge della fede. Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge» (Rm 3,21-28). Tutta quella gente strana, moralmente sfatta, imbroglioni e malviventi, tutti «giustificati per la fede, indipendentemente dalle opere». Tutti! Dio chiama e attende e accoglie proprio tutti nella sua vigna!  Sembra paradossale affermarlo, ma è la misericordia che ci spaventa. Realmente sovverte e rovescia il pensiero «comune» dell’umano e scandalizza in modo unico chi si sente giusto. La lectio divina diocesana in questo Giubileo straordinario della misericordia, da dicembre scorso al presente marzo, ci ha condotto a cogliere attraverso Filippesi 2, quanto la kenosis/svuotamento di Gesù fosse indispensabile per poter credere che Dio-misericordia è realmente un caso serio. Dio svestito dei suoi attributi divini e vestito di carne diventa credibile nell’amore detto e dato in Gesù. Sì, «Dio si è fatto uomo perché l’uomo sia fatto Dio» (sant’Agostino, Sermo 128): «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, Chiesa in Italia non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli ha donato il nome che è al di sopra di ogni nome» (Fil 2,5-9). Come anche attraverso Romani 5 abbiamo contemplato l’ineffabile volto di Dio – decisamente scandaloso! – che, Padre misericordioso, nel Figlio Gesù si fa questuante dell’umano amandolo debole, amandolo nemico, amandolo empio: «Giustificati dunque per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio […] Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, grazie al quale ora abbiamo ricevuto la riconciliazione» (Rm 5,1-11). Un’eccedenza di amore che, se non fosse rivelata nella Parola santa, creduta con ferma fede dalla comunità cattolica e trasmessa preziosamente a ogni discepolo e discepola, sarebbe blasfema: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio» (2Cor 5,21). «Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati. Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù. Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene» (Ef 2,4-9). Certo, questo non ci esenta dalle opere buone, al contrario! Per queste siamo pensati e per esse abbiamo vita in noi e possibilità di donarla così ad altri. Ma queste opere buone sono frutto e non causa di salvezza: «Perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio» (1Cor 1,29).

Chiesa chiamata a continuare  la compassione del Padre

 L’esser partiti dal testo evangelico di Mar- co 1,14-20, la prima chiamata dei discepoli sul- le sponde del lago di Galilea, ci conduce decisamente al testo di Matteo 9,35-10,1-5. Se nel- la chiamata riportata in Marco ci viene con- segnato il motivo fondante di quella vocazione, nella chiamata riportata dal primo evangelista  ci è dato di intravederne il fine, lo scopo neces- sario e irrinunciabile di essa: «Vedendo le folle,  ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il Signo- re della messe, perché mandi operai nella sua  messe!”.  Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì. Questi sono i Dodici che Gesù inviò». È importante notare che al c. 9,35 inizia quello che viene solitamente chiamato Discorso della missione, che si conclude al c. 11,1. Purtroppo, nella liturgia del Tempo ordinario (14a settimana) questo testo evangelico viene smembrato: i versetti 35-38 vengono proclamati il martedì mentre i restanti – la chiamata dei Dodici – vengono rimandati al giorno successivo, mercoledì. Mi pare che questa frantumazione del testo non aiuti l’assemblea a cogliere fino in fondo il senso pieno e il fine ultimo della chiamata dei Dodici. È la compassione a muovere la missione: compassione del Padre, «Padrone della messe», resasi visibile in Gesù, il Figlio. All’origine di ogni missione non può che pulsare una viscerale compassione. Ogni missione è a pieno e permanente servizio della compassione e perciò ogni comunità cristiana è impegnata nella globalizzazione della compassione.

«Vedendo le folle» è la medesima espressione che l’evangelista usa in 5,1, cioè all’inizio del Discorso della montagna, dove Gesù incomincia ad ammaestrare la folla che lo attornia. Qui, con la medesima espressione, Gesù dà inizio a un’intensa attività terapeutica ancora a beneficio di una folla che lo accompagna, lo stringe, lo accerchia. Non si fa fatica a comprendere ciò che l’evangelista suggerisce al lettore: insegnamento-annuncio del Regno e guarigioni si muovono entrambe da questa medesima compassione. Il verbo greco splanchnízomai, che noi traduciamo con «commuoversi», rimanda a tà splánchna, le «viscere», che ci portano all’ebraico rachamim, «misericordia» che, finalmente, conduce al cuore della maternità: rechem, «utero». Nell’antropologia biblica proprio questa è la sede della compassione.  Gesù è colpito alle viscere vedendo la stanchezza, l’abbattimento e la spossatezza delle folle. Un popolo abbandonato a se stesso come un gregge che non ha più pastore. Come non ricordare l’accorata preghiera di Mosè per il suo successore Giosuè? «Il Signore, il Dio della vita di ogni essere vivente, metta a capo di questa comunità un uomo che li preceda nell’uscire e nel tornare, li faccia uscire e li faccia tornare, perché la comunità del Signore non sia un gregge senza pastore» (Nm 27,16-17).  «Pecore senza pastore» è un’espressione ricorrente e proverbiale nella Scrittura, con la quale si indicava il popolo lasciato in balìa di chiunque volesse impadronirsene (cf. Gdt 11,19; 1Re 22,17). La rovina di Israele, per Geremia, era causata principalmente da pastori «stupidi/dissennati/ irragionevoli – niv‘aru – che non hanno più ricercato il Signore, per questo non hanno avuto successo, anzi è disperso tutto il loro gregge» (Ger 10,21). Anche il profeta Ezechiele, a nome di Dio, aveva accusato i pastori ufficiali di Israele di non pascere il gregge loro affidato, ma di badare solo ai propri interessi (Ez 34,2). Dio stesso promette al suo popolo di esercitare in prima persona l’ufficio di Pastore (Ez 34,11ss) e in Gesù ciò avviene. Lui «Pastore supremo» (1Pt 5,4), «Pastore grande delle pecore» (Eb 13,20), «Pastore» unico del suo popolo (cf. Gv 10,11) chiede ai suoi di pregare il Padre «Signore della messe», ma li sollecita a domandare non altri pastori ma «operai». Solo il Figlio è Pastore! E il Figlio sa che solo il Padre può suscitare e inviare operai/mietitori/servi pastori a servizio del Regno; sa che nessuno come il Padre ha a cuore la messe/gregge. Ecco dunque che il mandato missionario nasce dalla compassione e dalla preghiera.

 I Dodici sono appunto degli inviati – apostolos – da Gesù a continuare dentro la storia le stesse azioni compiute da lui: curare gli infermi, risuscitare i morti, cacciare i demoni. Si è detto che all’origine di ogni missione non può che pulsare una viscerale compassione. Qui mi pare cogliere quel fine che il testo suggerisce nell’accostare Gesù, «colpito alle viscere», che si strugge per le folle che vagano come pecore senza pastore e la successiva immediata chiamata dei Dodici.  Costoro sono chiamati e inviati dal Pastore grande, Gesù, compassione del Padre per continuare quella medesima compassione. Sono chiamati e inviati perché ancora e ancora e sempre  il Compassionevole abiti ogni tempo e ogni spazio. Questi chiamati/inviati prolungano fin dentro le pieghe e le piaghe della storia la sua compassione.  Ecco perché Sicut Pater! Qui è racchiuso il senso di quella chiamata e di quell’invio ma anche il senso di ogni chiamata, di ogni invio, di ogni ministero, di ogni tipo di presenza nella Chiesa e per la Chiesa. Ogni battezzato, ogni ministro ordinato, ogni persona che vive una particolare consacrazione per il Regno, trova la sua verità più alta e ultima, il suo fine e il suo metodo, il suo incipit e il suo concludersi nella compassione. Proprio e solo sicut Pater!  

Sicut Pater?

 Papa Francesco, nella bolla d’indizione del Giubileo Misericordiae vultus, così ci ha detto: «Abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di serenità e di pace. È condizione della nostra salvezza. Misericordia: è la parola che rivela il mistero della santissima Trinità. Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato» (n. 2; in Regno-doc. 13,2015,2). Queste parole del vescovo di Roma, che presiede nella carità a tutte le Chiese, ci chiedono di «contemplare il mistero della misericordia». Si sa: noi siamo quello che contempliamo. Vogliamo perciò fermare l’intelligenza del cuore su alcuni atteggiamenti evocati dalla Parola che, portati nella preghiera davanti al Signore, ci possono aiutare a ricomprendere se, in verità, siamo «misericordiosi come il Padre».

Realmente, sicut Pater?

La compassione restituisce dignità. Con discrezione Non si può sfiorare la storia, passarci a distanza di sicurezza, non farsi toccare da nulla di disdicevole, di fastidioso, di problematico. Invece i discepoli a Gerico fanno proprio così. Paradossalmente, stanno con Gesù – paiono in verità più bodyguard e pretoriani che discepoli – lo guardano, lo ascoltano, lo difendono ma, a differenza di lui, disattendono la storia, non sentono e non vedono (Mc 10,46-52). Il cieco Bartimeo è lì che strilla ed è evidente che lo hanno visto e sentito. Ma non guardato e ascoltato. Disertano la storia ma, così facendo, rendono pericolosamente latitante dalle strade della vita, ciò per cui Gesù stesso «fa strada» e vive: la compassione. Ma Gesù, che Marco aveva fotografato «en te hodo/lungo la strada», sempre in cammino, sempre ponendo passi, reagisce a questa ulteriore disattenzione – o intolleranza? – dei discepoli, in modo brusco ed evidente: «kaì stas/e si fermò». Gesù fa capire loro che c’è un cambio di stile necessario da mettere in atto. Subito. E lo fa, fermandosi, prendendo posizione in favore di Bartimeo: «Chiamatelo!» (Mc 10,49). Al compaesano Zaccheo Gesù si rivolge direttamente (cf. Lc 19,5), ma a Bartimeo vuole che a chiamarlo siano quelle stesse lingue che prima lo sgridavano – «molti lo rimproveravano perché tacesse», v. 48 – vale a dire le lingue dei suoi discepoli. In que- sto suo andare Gesù è costretto a porre una cesura, uno stacco che diventi eloquente per- ché proprio non è questo il modo di far strada con lui verso Gerusalemme! Non li ha chiamati con sé per creare tra lui e la gente un «cordone sanitario» o una qualche barriera difensiva. Abbiamo vi- sto proprio nel testo iniziale, in quel capitolo primo di Marco, il motivo della chiamata e nel successivo parallelo di Matteo il fine di quel far strada con lui: dargli credito e continuare nel tem- po il suo ministero di compassione. Solo quando i discepoli vedono quanta e quale attenzione il Maestro sta offrendo a quel Bartimeo «cieco, mendicante, accucciato lungo la strada» (cf. v. 46), cambiano atteggiamento e diventano premurosi: «Coraggio! Alzati, ti chiama!» (v. 49). Solo quel «kaì stas/e si fermò», quel cambio brusco di Gesù, muta il loro atteggiamento dis-attento, dis-tratto.

 Commentando questo atteggiamento dei discepoli a Gerico, in Bolivia, papa Francesco esclama: «Cuore blindato! Si tratta di un cuore che si è abituato a passare senza lasciarsi toccare. Passare senza ascoltare il dolore della nostra gente, senza radicarci nella loro vita, nella loro terra, è come ascoltare la parola di Dio senza lasciare che metta radici dentro di noi e sia feconda […] Non esiste una compassione, una compassione che non si fermi, se non ti fermi non hai la divina compassione, non ascolti e non solidarizzi con l’altro. […] La compassione non è zapping, non è silenziare il dolore, al contrario, è la logica propria dell’amore. È la logica che non si è centrata sulla paura, ma sulla libertà che nasce dall’amore e mette il bene dell’altro sopra ogni cosa» (Scuola Don Bosco a Santa Cruz, 10.7.2015).  Alcuni verbi che fanno la trama del racconto della guarigione di Bartimeo – ma, forse e di più, guarigione dello stile malato di discepolato dei suoi – sulla strada di Gerico, diventano irrinunciabili per noi che desideriamo vivere il Vangelo amando i fratelli e le sorelle che lui ci pone a fianco, con quella compassione con cui lui stesso si fa vicino a noi svelandoci il Padre come incontenibile Compassione:  – Fermarsi/interessarsi: è necessario non procedere dis-tratti dentro la vita per non mal-trattare chi, come me, è fatto «ad immagine e somiglianza di Dio». Ogni con-trattura in sé, ogni paratìa alzata tra noi e Dio, tra noi e gli altri, tra noi e il reale, tra noi e noi stessi, diventa camera a gas. Asfissìa. Diventa tra-fittura. I discepoli sono lì, con Gesù, eppure il loro cuore è altrove, abitano ancora, forse, quel sogno che cullavano, pochi giorni prima, sulle strade della Galilea: «Di che cosa stavate discutendo per la strada? Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”. E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”» (Mc 9,33-37). Gesù «si fermò e disse: “Chiamatelo!”». Per fermarsi e chiedere che cosa sta succedendo, il cuore non può essere risucchiato dal desiderio di primeggiare, di apparire, di emergere, di sconfiggere, di vincere, di umiliare. Gesù sente e ascolta il grido accorato di Bartimeo perché ha un nutrimento doc: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 4,34). Per mettere radici nella vita altrui, si deve uscire dall’anonimato della folla. Per impegnarsi per qualcuno è necessario stare con questo qualcuno, è indispensabile condividere. Com-passione senza con-divisione non può darsi. – Parlare/dare la parola. I discepoli zittiscono il mendicante e Gesù domanda e gli dà la parola: «Che cosa vuoi che io faccia per te? – Rabbunì, che io veda di nuovo!» (v. 51). Il Maestro, proprio lui, non alza il «dito didascalico», non sale di tono, non accentua la coreografia del ruolo. Non fa il maestrino. Non prende le distanze differenziandosi, ma sta in quel frammento di relazione. Parla con Bartimeo e da lui attende una sua parola. È così che il cieco e mendicante figlio di Timeo capisce che Gesù vuol far parte della sua vita e vuol farsi carico della suo fardello. È solo così che gli restituisce dignità, lo reinserisce lungo la via e lo include: «... e prese a seguirlo per la strada» (v. 52). Gesù si ferma, parla, dà parola, s’interessa perché si muove nella logica che nasce dal non aver paura di condividere il dolore della gente. I discepoli invece, sono attanagliati ancora dai loro sogni di gloria, da tante paure, dalla domanda sempre pungente sulla identità di Gesù e, specularmente, sulla loro stessa identità… Ma la logica del discepolato la insegna, in verità, solo il Maestro. Ogni annunciatore del Vangelo che non guarda, non ascolta e non sta con il Maestro non ne apprende la lezione. Ma senza stare alla scuola della compassione divina, fatica invano per entrare nel cuore della sua gente. Chi lo prende sul serio riesce a vestirsi del problema dell’altro, non disdegna di abitare anche la fragilità della sua storia, offrendo così il cibo ristoratore della compassione. Ecco perché è necessario e urgente Sicut Pater!

La compassione riesce a scorgere volti amati e non casi disperati Gesù è sempre in cammino ma è sempre presente, sa e vuole esserci con chi lo attornia. Egli fa strada con il solo desiderio di svelare il volto del Padre. Com-patendo. Un’emorroissa da dietro toccò la frangia – zizit – del suo mantello: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata» (Mc 5,25-28). Dodici gli anni di patimento. Tutti i beni prosciugati dai medici. Solo peggioramenti. Religiosamente impedita a ogni festa e interdetta la sua entrata a Tempio e sinagoga. Ma vuole essere guarita, e questo suo desiderio è più forte della Legge, della cultura e della tradizione. La donna, di spalle, tocca la frangia, tocca lo zizit. Perché la donna compie questo gesto? Nel libro dei Numeri 15,38 è detto che sui quattro angoli della veste si devono porre delle frange – zizioth – di cui un filo sia di colore tekhelet (celeste/porpora/viola). Guardando le frange il pio ebreo si ricorda di Dio e dei suoi precetti e si tiene lontano dal peccato. La posizione, invece, degli zizioth ai quattro angoli, indica che, ovunque un ebreo vada, lì c’è e lì trova Dio. Sulle frange vi erano dei nodi, che simbolicamente rappresentavano il nome di Dio. Queste frange, quindi, costituivano la parte «sacra» dell’abito appunto perché evocatrice del nome del Santo. Ecco perché l’emorroissa tocca i nodi della frangia, lì dove, in qualche modo, risiede la potenza del nome di Dio.  Probabilmente quel toccare i zizioth della veste del Nazareno è il passo più coraggioso della sua vita verso la guarigione. Quei dodici anni torturati, al confronto, svaniscono. Ma la donna non vuole vivere questo istante che la guarisce lasciando in sé il gusto amaro di un furto dissimulato della sanante presenza di Gesù. «Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo» (v. 32) Gesù guarda. Gesù vede. Gesù la vede. Tutto nasce da questo voler vedere di Gesù. Ed ella non si sottrae allo sguardo di Gesù. Un tocco. Gesù solo si accorge. Lui solo sa e nessun altro. E sotto i nostri occhi quei «sentimenti di Gesù», quel suo sentirsi «toccato dentro» dal grido muto della donna, si fanno storia e la comunità cristiana li accoglie come mandato, come stile, come identità. In due scarni versetti, il racconto evangelico traccia un vero itinerario salvifico che nasce dalla compassione; «strappati alla paura e introdotti nella pace»:  – dalla paura: «impaurita e tremante sapendo ciò che le era accaduto» (v. 33); – alla capacità di potersi liberamente raccontare: «venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità»; – all’affettuosa accoglienza che la identifica come «figlia» (v. 34); – al riconoscimento che dentro quel mare di dolore ella è realmente credente: «la tua fede ti ha salvata»; – alla possibilità rinnovata di continuare la vita: «Va’!»; – alla guarigione più che fisica, dove Gesù – e ora il «tocco» viene invece da lui – le entra in cuore donandosi a lei come pace: «in pace e sii guarita dal tuo male». Il tocco della frangia è il grido muto, l’unico ormai che la donna riesce a farsi venire fuori. Quei nodi che la rimandano alla potenza del nome tre volte Santo, quei nodi che rimandano a colui che ha donato al Sinai la sua Parola di vita – nella tradizione ebraica il valore numerico di zitzit corrisponde a 600 la cui somma con 8, gli 8 fili, e 5, i nodi, è di 613, come appunto 613 sono i precetti ricevuti dal Signore – quei nodi… si sciolgono mostrandole l’impronta del Santo, facendole udire la sua viva Parola, facendole sperimentare la sua stessa potenza sanante. Voleva sfiorare nello zitzit il nome del Santo e invece lo tocca. Guardata da Gesù ne vedrà il volto. Congedata in pace lo gusterà come tenerezza. Sfiorati i nodi si scioglierà la sua paura. Una comunità cristiana e cattolica – cioè «universale», aperta e oltre le barricate – non si schifa di essere «toccata» neppure da chi, per qualsiasi motivo, può avere il sentore di qualsivoglia impurità. Gesù non la schiva né si vergogna di questa donna impura e, soprattutto, non vuole neppure che lei continui a vergognarsi di sé e che venga schivata. La domanda di Gesù: «Chi ha toccato le mie vesti?» (Mc 5,30) – espressione che molto meraviglia i discepoli: v. 31 – è l’esternazione non del desiderio di rintracciare un colpevole da punire paralizzando l’incauta mano, quanto piuttosto l’esplicita volontà di vedere il volto di chi tanto desiderava conoscerlo, avvicinarlo, toccarlo, fare esperienza di lui. È la passione dell’umano che spinge il compassionevole Figlio a creare un contatto, a strappare la donna dallo squallore dell’anonimato che uccide molto prima di essere morti. Gesù poteva ignorare l’accaduto (avviluppato dalla folla chissà quanti spintoni, tirate, tocchi e ritocchi!) e continuare il suo cammino. Non prosegue. Si ferma. La cerca, attiva un dialogo e, davanti a tutti, svela il suo desiderio di contattarlo, il suo desiderio di vita guarita, svela la sua fede.  Bella questa donna! È l’umano. Bello questo Gesù! È Dio. Colpito nelle viscere materne ci  genera e ci rigenera con la sua compassione, con la sovrabbondanza del suo amore, con la dolcez- za della sua tenerezza. Immeritata ma dona- ta. «Perché per sempre è la sua fedeltà nell’amore» (cf. Sal 135).  Possiamo non desiderare tra le nostre case e per le nostre strade pastori, discepoli, credenti che abbiano già percorso questo itinerario, che desiderino sempre ri-percorrerlo e che, soprattutto, siano disposti a farvi transitare senza stancarsi tutti quegli altri che il Signore dona loro da amare?!  Chiediamolo al vivente Signore in questa sua santa Pasqua perché lo compia per noi e tra noi. Ecco perché è necessario e urgente Sicut Pater!La compassione mina alla radice la necessità di differenziarsi Patologia cardiaca che raggela il cuore, crea casta, insinua la necessità di farsi corpus separatum e smania di far capire all’intorno: «Io non sono come te, e me ne guardo bene dal volerlo diventare!». Un discepolo o una comunità che tengono in piedi la propria identità per contrapposizione ad altri o ad altro, farà inevitabilmente la triste esperienza della fragilità, della non autenticità che corrode ogni possibilità di vero incontro e di costruttivo dialogo. Non è male fare memoria che il vocabolo parrocchia deriva dal greco paroikèo «abitare vicino» e perciò «vicino alla casa» o «chi non è della casa». Parrocchia, dunque, come «casa tra le case», luogo perciò della prossimità, della vicinanza, dell’accoglienza. Ma anche parrocchia come «una comunità di stranieri in cammino»: Abramo è paroikos in Egitto e i figli di Giacobbe formano una paroikìa in Egitto. Vivono questa esperienza le prime comunità cristiane: «Noi non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura» (Eb 13,14). Le prime comunità cristiane vivono nella fede che la loro patria definitiva è Dio: «Carissimi, io vi esorto come stranieri e pellegrini» (1Pt 2,11). Parroco e parrocchiani con tale consapevolezza di prossimità e insieme di itineranza dentro la storia, riescono a costruire una comunità aperta e accogliente, capace di stare con la gente e di andare per le strade. Costruendo così un luogo non per soli «autorizzati», in un clima guardingo di differenziazione o, ancor più tristemente, di indifferenza. Parroco e parrocchiani con la gioiosa certezza di essere stati amati e chiamati per continuare nella paroikìa, la medesima compassione del Padre svelata in Gesù.  Ecco perché è necessario e urgente Sicut Pater!

Amati e ri-chi-amati per la compassione

 Fatti più sapienti dalla Parola iniziale di queste pagine, desidero metterla come sigillo del nostro con-venire intorno al Signore che ci ammaestra: «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio» (2Cor 1,3-4). 

Consolati in ogni nostra tribolazione per consolare. Amati sine modo per riamare smodatamente. Perdonati incondizionatamente per perdonare senza calcolo. Colmati di ogni grazia per riversarla su altri.  Nel suo Messaggio per la Quaresima di questo anno giubilare, papa Francesco ci ha scritto: «La misericordia di Dio trasforma il cuore dell’uomo e gli fa sperimentare un amore fedele e così lo rende a sua volta capace di misericordia. È un miracolo sempre nuovo che la misericordia divina si possa irradiare nella vita di ciascuno di noi, motivandoci all’amore del prossimo e animando quelle che la tradizione della Chiesa chiama le opere di misericordia corporale e spirituale. Esse ci ricordano che la nostra fede si traduce in atti concreti e quotidiani, destinati ad aiutare il nostro prossimo nel corpo e nello spirito e sui quali saremo giudicati: nutrirlo, visitarlo, confortarlo, educarlo. Perciò ho auspicato “che il popolo cristiano rifletta durante il Giubileo sulle opere di misericordia corporali e spirituali. Sarà un modo per risvegliare la nostra coscienza spesso assopita davanti al dramma della povertà e per entrare sempre più nel cuore del Vangelo, dove i poveri sono i privilegiati della misericordia divina” (Misericordiae vultus, 15). Nel povero, infatti, la carne di Cristo “diventa di nuovo visibile come corpo martoriato, piagato, flagellato, denutrito, in fuga... per essere da noi riconosciuto, toccato e assistito con cura” (ivi). Inaudito e scandaloso mistero del prolungarsi nella storia della sofferenza dell’Agnello innocente, roveto ardente di amore gratuito davanti al quale ci si può, come Mosè, solo togliere i sandali (cf. Es 3,5); ancor più quando il povero è il fratello o la sorella in Cristo che soffrono a causa della loro fede».  Rendiamo ancora possibile il miracolo che la misericordia divina si renda presente attraverso noi. Noi amati e ri-chi-amati per la misericordia, oggi vogliamo toglierci i sandali davanti a fratelli e sorelle che, scampati alla morte, sono martoriati, fuggitivi e privi del necessario: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40)  Vi scrivevo qualche anno fa e oggi, con ancora più convinzione, ve lo ripeto: «Condividendo con chi è nel bisogno, la nostra Chiesa esce dall’afasia, diventa evangelicamente eloquente e ridesta in coloro che vedono, qualcosa di grande: un desiderio, un ricordo, una memoria, ciò che è irrinunciabile dell’umano: la solidarietà nell’amore. Tutti parlano di crisi economica, di difficoltà a guadagnare sufficientemente, di prezzi impossibili anche per generi di prima necessità, di sprechi della politica, di corruzione… Tutto vero. Ma come cristiani vogliamo ridire l’essenziale, ciò che dà vita alla vita, ciò che la promuove, la sostiene e la salva: la condivisione. Etimologicamente “elemosina” – che con il digiuno e la preghiera caratterizzano questo tempo quaresimale – ha a che fare con la misericordia, con la compassione, con quel tratto umano che ci fa capaci di metterci “nella pelle altrui” e con quel tratto divino, dono ricevuto nel battesimo, che ci fa amare con lo stesso cuore del Padre. Come comunità cristiana vogliamo, possiamo, dobbiamo ridire questo essenziale. Perché senza l’essenziale, ogni preoccupazione anche legittima e giusta, rischia di trasformarsi in ansia, impaurendo individui e società. Mentre tutti si preoccupano degli scarni bilanci da far quadrare, chiedo alla comunità diocesana di preoccuparsi di condividere ciò che il Signore ci ha posto nelle mani. Il gesto misericordioso dell’elemosina che aiuta l’altro, ricorda a tutti, indistintamente, che non siamo noi i padroni della vita e dei suoi beni. È gesto che invera la parola di Gesù “vi è più gioia nel dare che nel ricevere!” (At 20,35) e che equivale a dire che l’umano è fatto per amare, trova la sua pienezza nella gratuità, vive della prossimità data e ricevuta. Ogni umano può vivere solo donandosi, perché chi tiene per sé la propria vita la perderà ma chi la dona la troverà (Lc 17,33). Senza la gioia di donare, una società non riesce più neppure a far fronte alla necessità dello sviluppo, della crescita, della giustizia. Semplicemente si spegne. È gesto di profonda onestà, perché prende atto che il bisogno dei poveri attorno a noi è tale che tante nostre pretese, esigenze e lamenti suonano tanto spesso fuor di luogo, scomposti. Indegni». La prossima quinta domenica di Quaresima, 13 marzo, la nostra Chiesa celebra la Giornata per il Fondo episcopale di solidarietà. Tutte le offerte raccolte durante ogni celebrazione eucaristica in ciascuna parrocchia e in ciascuna Chiesa destinata al culto divino, confluiranno in detto Fondo. Per tenere vigile la memoria e perché il maggior numero possibile di fedeli possa rispondere generosamente a questo appello, ogni comunità riceverà delle buste appositamente preparate in cui si potrà mettere ciò che il Signore ispirerà.  Domando a ogni parroco e a ogni presbitero di accompagnare le comunità e i singoli a crescere nella consapevolezza di poter e dover diventare fratelli, condividendo con chi pena dolentemente la vita.  Entro un mese ogni presbitero depositerà le offerte raccolte in tale giornata presso l’economato to diocesano. Come ogni anno verrà reso noto, tramite il giornale diocesano Dialogo, quanto la carità avrà saputo smuovere la nostra generosità. Ringraziamo insieme il Signore per ciò che attraverso il Fondo, è giunto in aiuto a tanti in questo ultimo anno: 137 sono stati i casi che hanno potuto ricevere attenzione, grazie al lavoro dell’apposita Commissione da me istituita. L’importo totale erogato è di 157.000,00 euro. La concentrazione più alta di interventi è stata su Alghero, poi Bosa, poi Macomer e altri centri minori. In questi tre anni di vita, il Fondo ha erogato 350.350,00 euro. Il mio grazie colmo e caro a tutti coloro che si son privati, anche con sacrificio di qualcosa, affinché altri potessero riprendere il respiro. A tutti e a ciascuno la mia e la riconoscenza dell’intera nostra Chiesa e di coloro che son stati fatti segno di attenzione. Non manchi a nessuno la gioia del Signore risorto e vivo e sempre intercedente presso il misericordioso Padre per noi. La vergine Madre, sollecita al bisogno della cugina Elisabetta, sostenga ogni nostro passo verso chi attende la nostra attenzione e renda salde le nostre mani nella fattiva collaborazione perché chi sta per cedere venga sorretto con cura, con forza, con tenerezza. Lei, obbediente alla Parola, ci doni la gioia di compierla nella nostra vita. Fraternamente tutti abbraccio e su tutti invoco la benedizione del vivente Signore.

Padre MauroMaria, vescovo